Progetto scuole

Oltre ad essereun rocker incallito, sono anche un prof. di Inglese. Adoro entrambi i mestieri. Da un po’ di tempo cerco anche di unire le due cose. Qua sotto C’é uno dei progetti che porto in giro per  scuole, biblioteche e associazioni culturali. Dategli un occhiata se vi và.

Dalla Periferia dell’Anima all’Interculturalità

Questo progetto è legato al mio ultimo CD Dalla Periferia dell’Anima. L’ ho presentato al convegno nazionale (2008) dell’ANILS (Associazione Nazionale Insegnanti di Lingue Straniere).

Come ho spiegato in più occasioni su questo sito, non si tratta solo di un cd, ma di un progetto più ambizioso: un tentativo di unire musica, letteratura e pittura. Il libretto interno contiene 10 racconti dello scrittore bolognese Gianluca Morozzi (Guanda) che riprendono i miei testi e 10 foto dipinte del fotografo/pittore Andrea Samaritani (Espresso, Qui touring, ecc.) che arricchiscono l’espressività dalle canzoni.

il Cd parla di temi sociali molto forti: Disagio giovanile, droga, ma soprattutto di immigrazione. Vorremmo dare ai ragazzi un punto di vista diverso da quello fornito dai media. Il 90% delle volte che un extracomunitario viene citato per televisione è per fatti negativi. Noi non vogliamo dire che tutti gli extracomunitari sono belli, bravi e buoni, ma vogliamo parlare delle loro storie e della nostra spaventata indifferenza.

Gli incontri durano 1 ora o 1 ora e mezza. Insieme a me partecipano lo scrittore G. Morozzi, l’attore V. Ghedini e a seconda delle situazioni, un paio di altri musicisti.

Si parla del progetto Dalla periferia dell’anima, come è nato e delle motivazioni che ci hanno spinto a realizzarlo. Si affrontano i temi generali del cd-libro, Ghedini recita alcuni racconti del cd e io suono e canto le canzoni relative. Fra una canzone/racconto e l’altra cerchiamo il dibattito con gli studenti, rispondiamo alle loro domande (che sono sempre numerose) e cerchiamo di stimolarli sui temi trattati.

Inoltre, si parla di come nascono le canzoni e come si comincia a scrivere dei racconti o delle poesie.

N.b. Questi incontri vengono tenuti nelle scuole, nelle biblioteche, nelle associazioni culturali e in tutte le istituzioni che siano interessati al confronto interculturale

Leggi l’articolo: “Dalla Periferia dell’Anima all’Interculturalità

In Pubblicazione sulla rivista: Scuola e Lingue Moderne

DALLA PERIFERIA DELL’ANIMA ALL’INTERCULTURALITA’

L’Italia multiculturale è una realtà nuova creatasi quasi dal nulla nell’arco di pochi anni. Negli anni Ottanta, al di fuori delle grandi città, era difficile trovare coloro che ora chiamiamo extracomunitari. L’occasione di contatto più frequente che gli italiani avevano con gli immigrati veniva fornita dai cosiddetti vù cumprà, i venditori ambulanti di origine africana (spesso marocchini) che, allora come adesso, si potevano incontrare sulle spiagge o alla porta delle proprie case. Anche in quegli anni gli immigrati venivano spesso accolti dagli autoctoni con diffidenza, ma in un clima di sostanziale indifferenza nonché ignoranza riguardo i fenomeni migratori in atto. Dagli anni Novanta, invece, l’afflusso nel nostro paese di un numero sempre maggiore di immigranti è stato accompagnato da un mutamento sensibile nell’opinione pubblica che, in breve tempo, ha trasformato i tolleranti italiani in severi difensori dell’etnia indigena. Gli immigrati, infatti, vengono visti oggi quasi sempre come degli invasori, capaci di mettere in pericolo sia i diritti acquisiti sia la relativa ricchezza nazionale e personale guadagnata negli anni col duro lavoro di più generazioni.

La nuova immagine fortemente negativa dell’immigrato si è imposta tramite un potente meccanismo sociale di etichettamento, frutto di molteplici pregiudizi.

È necessario considerare con grande attenzione strategie di questo tipo dato che, nell’immaginario collettivo, la stragrande maggioranza degli stranieri che vivono nel nostro paese è ritenuta “colpevole”, secondo una specie di etica che Dal Lago definisce del “se la sono voluta loro”( Dal Lago 1999); gli immigrati, infatti, sono spesso considerati responsabili in prima persona della loro sorte, al punto che le difficoltà sociali a cui sono soggetti appaiono come loro incapacità. Così, ad esempio, se vivono in ambienti sovraffollati e in precarie condizioni igieniche, la colpa non viene data alle difficoltà economiche che stanno incontrando, ma ad abitudini deplorevoli del loro popolo. Sayad (2002) sottolinea come questo meccanismo di colpevolizzazione si estenda fino a comprendere lo stesso processo di integrazione, spesso ritenuto incompleto se non impossibile proprio per una presunta incapacità e scarsa volontà da parte dell’immigrato. L’attribuzione della colpa all’immigrato trova spesso una giustificazione nell’idea molto diffusa che l’immigrato abbia una propensione a delinquere, per cui ogni comportamento deviante, dalla prostituzione allo spaccio di droga o persino al lavaggio dei vetri ai semafori, viene incluso nella categoria della criminalità.

Se l’attenzione dei media, sfruttando la “microscopia morale dei cittadini”, (Dal Lago 1999:90)[1] è dunque totalmente sugli episodi di microcriminalità, è evidente come l’universo di coloro che, una volta immigrati nel nostro paese, hanno regolarizzato la propria posizione accettando lavori salariati di bassa qualifica, spesso sottopagati o addirittura al nero, passi assolutamente inosservato. È interessante notare come la semplice analisi dei comunicati di agenzia confermi questa tendenza; dalla ricerca condotta dal professor Maurizio Corte tra il ’98 e il ’99 sui dispacci di agenzia dell’Ansa, infatti, emerge un quadro di un’immigrazione quasi tutta clandestina, dato che il 92% dei dispacci ha come protagonisti gli immigrati irregolari sbarcati sulle nostre coste, mentre gli immigrati regolari, con permesso di soggiorno, con un lavoro e talvolta con famiglia al seguito “non fanno notizia” e sono dunque praticamente assenti.[2]

La scuola potrebbe svolgere un ruolo molto importante per non permettere il radicamento di atteggiamenti di intolleranza o di aperta xenofobia. E’ durante le età dell’infanzia e dell’adolescenza che si è più aperti verso le novità e le diversità, ed è proprio in queste fasi della vita che va costruita l’abitudine all’incontro, che vanno fatti scoprire i vantaggi dello scambio e delle diversità.

Ponendo al centro delle proprie considerazioni l’alterità non si corre il rischio di sottovalutare il valore che la diversità delle culture assume nello sviluppo della specie umana.

In quanto servizio pubblico e contesto comunicativo per eccellenza, la scuola dovrebbe confrontarsi con le dinamiche sociali, per divenire luogo di mediazione interculturale, ovvero luogo dove la convivenza tra etnie e culture diverse sia riconosciuta e approfondita secondo le varie prospettive disciplinari. Gli insegnanti per primi dovrebbero farsi dunque un esame di coscienza e cercare “di combattere il razzista che è in ognuno di noi”, come recitava un noto slogan assai riuscito degli anni Settanta, ed essere quantomeno consci delle differenze culturali che favoriscono dinamiche mentali che guidano certi comportamenti negativi dei giovani quando si trovino in un contesto multiculturale quale una tipica classe scolastica italiana del terzo millennio.

Nel libro Lost in traslation Ewa Hoffman riporta l’esperienza del primo giorno di scuola suo e di sua sorella in terra straniera. Eva e sua sorella sono ebree-polacche emigrate in Canada all’inizio degli anni cinquanta. In quel passaggio del libro la Hoffman fa sentire quanti danni possa fare un insegnante poco attento alle sensibilità dei propri studenti. In quel primo giorno di scuola l’insegnante presenta le due nuove studentesse alla classe con un atteggiamento è piuttosto distaccato e disinteressato. Non fa nemmeno uno sforzo per pronunciare correttamente i loro nomi, anzi li modifica a suo piacimento togliendo alle due bambine la propria identità: “…questi nuovi nomi, che noi non riusciamo nemmeno a pronunciare, non sono nostri. Sono solamente delle etichette di riconoscimento, dei segni di riferimento per additare degli oggetti che risultavamo essere mia sorella ed io. Andiamo verso ai nostri posti attraversando una classe piena di facce mai viste portando un nome che ci rendeva sconosciute anche a noi stesse.” (Hoffman, 1990). Questo passaggio mi ha fatto pensare molto. A volte si rischia di trascurare cose che a noi sembrano dettagli, ma per gli altri possono essere molto importanti. Gli insegnanti devono essere consci di questi “dettagli” e cercare di capire quali sono gli atteggiamenti che possono ferire o mancare di rispetto allo studente che è portatore di una cultura diversa. Inoltre, dovrebbero fare uno sforzo e cercare di documentarsi sulle forme di pensiero, usi e costumi dei propri studenti stranieri cercando di capire e valorizzare la potenzialità della classe cosmopolita.

Il dialogo e lo scambio culturale suggeriti dalle ricerche antropologiche sono mirati tanto agli immigrati quanto agli autoctoni, affinché i ragazzi delle nostre scuole si rendano conto di vivere in un secolo di migrazioni e di grandi mutamenti etnici. Bisogna riuscire a guidare gli studenti verso il pluralismo, l’ascolto attivo dell’altro, verso la tolleranza e oltre. Quest’ultima è sicuramente un buon terreno di partenza, ma occorre superare il concetto di tolleranza se si vuole intraprendere il cammino dell’interculturalità. Infatti, non possiamo limitarci ad accettare l’altro per quello che è senza cercare di intrecciare il nostro destino culturale al suo. Dialogo attivo significa parlare e ascoltare l’altro, cercare di capire quello che possiamo dargli per aiutarlo nella sua nuova avventura culturale, ma al tempo stesso cercare e pretendere di ricevere dallo “straniero” i valori positivi della sua cultura.

Noi insegnanti di lingue straniere, credo, dovremmo assumerci particolari responsabilità nel cercare di creare le condizioni per lo sviluppo dell’interculturalità nelle nostre scuole. Infatti, sostenere la pluralità linguistica può rappresentare l’inizio di un cammino di esplorazione capace di avviare processi di verifica e di confronto del familiare col diverso, il cui esito può essere quello di arricchire la capacità di comprensione e di gestione della realtà. Infatti, se è vero, come afferma Concetta Sirna Terranova, che

per essere personalità aperte alla dimensione della sopranazionalità e cittadini di una società multiculturale occorre prepararsi al confronto interculturale già attraverso il confronto interlinguistico,

è lecito considerare il plurilinguismo una competenza auspicabile, che può senz’altro aiutare ad intraprendere la strada del dialogo. L’obiettivo, in conclusione, deve essere quello di riuscire a valorizzare le differenze culturali fra i popoli cresciuti lontani ma che ora la storia chiama ad unirsi negli stessi territori, poiché solo in questo modo termini come straniero, extracomunitario, immigrato, potranno assumere connotazioni positive e si potrà veramente affermare di essere sulla strada dell’interculturalità.

Interculturalità tramite musica e teatro: l’incontro

Questa è la proposta di un progetto mirato a sensibilizzare i giovani al concetto di interculturalità.

Il progetto intende offrire uno stimolo innovativo, originale ed efficace (attraverso diverse forme di arte) per discutere di integrazione, per favorire il dialogo interculturale e la tolleranza tra i giovani e si propone di provocare gli studenti ad una riflessione profonda sulle difficoltà che si affrontano a vivere in un Paese che non è il proprio e dalla ricchezza che può scaturire dall’incontro tra le culture. Tale “provocazione” avviene attraverso un messaggio veicolato dall’integrazione di più linguaggi: musicale, teatrale, letterario e fotografico-pittorico.

Il progetto si basa sul mio ultimo cd Dalla periferia dell’anima. In realtà non si tratta solo di un cd musicale, ma di un progetto più ambizioso: un tentativo di unire musica, letteratura e pittura. Il libretto interno contiene 10 racconti dello scrittore bolognese Morozzi (Guanda) che riprendono i testi delle canzoni e 10 foto dipinte del fotografo/pittore Andrea Samaritani che  arricchiscono l’espressività delle liriche. Abbiamo cercato di creare delle storie e delle immagini che potessero sostituirsi agli sterili numeri relativi alla immigrazione che ci propinano i mass-media giornalmente. Dietro quelle cifre ci sono della persone con determinati stati d’animo, paure, incertezze, valori, limiti e risorse e noi abbiamo cercato di metterle in luce usando i codici artistici che ci appartengono. L’obiettivo è quello di fornire agli studenti degli spunti di riflessione diversi da quelli offerti dai media e dai bar che frequentano abitualmente.

Gli incontri che proponiamo sono svolti dallo scrittore Morozzi, dall’ attore Ghedini e da me. Introduciamo il tema parlando di come si è sviluppato il progetto del Cd-Libro e parliamo di come nascono le canzoni e i racconti, delle fonti di ispirazione da noi utilizzate. Facciamo riferimento in primo luogo a canzoni, film e letture varie come ad esempio l’articolo di Fabrizio Gatti sugli extracomunitari utilizzati come schiavi per raccogliere i pomodori nella provincia di Foggia pubblicato sull’Espresso il 7 Settembre 2006. Quell’articolo mi ha ispirato la canzone Oro rosso che io eseguo dopo che Ghedini ha recitato il racconto Qualcosa nella notte di Morozzi. In questa canzone ho raccontato la storia vera di Pavel. Un ragazzo rumeno che si trova a lavorare nei campi di pomodoro del foggiano. Viene sfruttato, vive in condizione di schiavitù insieme ad altri immigrati. Un giorno si lamenta per le paurose condizioni di vita e il suo carceriere lo picchia e gli spacca le braccia. Pavel riesce a scappare ed ad arrivare alla caserma dei carabinieri, denuncia i suoi schiavisti ma finisce in galera lui perché gli era scaduto il permesso di soggiorno. Gli italiani apprendono la notizia al telegiornale, sono scandalizzati per un secondo e poi se ne dimenticano. Il racconto di Morozzi usa uno stile narrativo diverso dal mio. Non racconta la storia, ma la vede dall’auto. Parla di un giovane che tornando da un concerto di Bruce Springsteen si perde di notte nella campagna pugliese e gli sembra di vedere “alcune cose” mentre cerca le indicazioni per l’autostrada. A completamento del messaggio c’è una foto-dipinta che ritrae un busto scolpito che esprime sofferenza e riflessione.

Nel cd, Oro rosso è preceduta da una canzone che si intitola Voglio Ballare e parla dell’ultima notte di Pavel prima di partire per l’Italia. Il saluto che da alla sua donna prima di intraprendere quel viaggio verso l’ignoto consapevole che forse non potrà mai più rivederla. Questa ovviamente è una storia non vera, ma credo che sia un momento tristemente vissuto da tante persone. Ho cercato di immaginare lo strazio che può vivere un immigrante prima lasciare la sua terra e le persone che ama.

Un’altra canzone parla di Zaira, una ragazza africana costretta a prostituirsi per pagare “il debito” con i suoi carcerieri.

Mohamed invece è un ragazzo marocchino immigrato di seconda generazione figlio di gente onesta, ma lui è attratto dai soldi facili e finisce in un giro troppo grande e crudele per lui.

Nel nostro intervento al convegno di Cento era presente anche una classe IV del liceo della cittadina. Abbiamo cercato di coinvolgere gli studenti chiedendo impressioni e percezioni sul fenomeno dell’immigrazione e insieme a loro abbiamo intavolato una stimolante conversazione.

Non vogliamo dire ai ragazzi cosa è giusto e cosa è sbagliato, ma, attraverso la musica, il teatro e la fotografia vorremmo fare vibrare le corde della loro sensibilità in modo che possano porsi dei dubbi e magari possano vedere la realtà che li circonda da un punto diverso del loro osservatorio.

Questo progetto verrà portato nelle scuole della regione Emilia-Romagna partendo da un progetto pilota nelle scuole ferraresi promosso da una rete di istituti scolastici e associazioni di volontariato.

Oro Rosso

(di John Strada, alias Gianni Govoni)

Pavel è rumeno è a Foggia o giù di li

Raccoglie pomodori per 10 euro al dì

Ce n’è una lunga fila schiavi del 2000 Nella culla della civiltà

Padroni e *caporali ti massacrano di botte se

Ti asciughi il sudore è peggio per te

Aziz è un caporale e quando arriva lui

Sono tutti zitti con la sguardo in giù

Pavel l’han lasciato li sul pavimento con la braccia rotte da Aziz

Che Con una spranga gli ha insegnato a dire sempre sì

E chi si lamenta finirà così

La notizia va in tv fra un attentato e un gol

Luca sta cenando e poi se ne andrà al bar

Pavel si ribella e in caserma se ne va

Con le braccia rotte non sa se ci arriverà

Aziz se ne accorge coi cani lo rincorre Ma Pavel ce la

fa quello che non sa è che il criminale è lui

il visto gli è scaduto e in galera andrà

La notizia va in tv fra un attentato e un gol

È terribile passami il sale dai

Aziz è furioso torna al villaggio

massacra due rumeni nello stesso momento

Chilometri più a sud parte un altro cargo verso la civiltà

* i caporali sono gli schiavisti che aiutano i padroni a sfruttare gli extracomunitari

Qualcosa nella notte

Di Gianluca Morozzi

Sul finale di American Land mi avvicino pian piano all’uscita, che io lo so che questo è il finale, è il sesto concerto di Bruce Springsteen con la Seeger Sessions Band che vedo in otto giorni. Tutto il Palamaggiò di Caserta sta saltando e ballando su questa chiusura in stile Pogues, e quando si spegne l’ultimissima nota e tutti applaudono aspettando qualche altro bis io sguscio fuori e corro al parcheggio.

Non lo faccio mai, di correre fuori dopo l’ultima nota dell’ultima canzone. Mi piace stare lì ancora un po’, godermi le buone vibrazioni, commentare con gli amici, ma stavolta, primo, non ho amici. La trasferta di Caserta non se l’è fatta nessuno, neanche quelli che han seguito questo tour dell’autunno duemilasei a Bologna Torino Udine Verona e ieri sera a Perugia, pronti a finire a Roma, tra due giorni. Stanotte sono ritornato da Perugia, ho dormito quattro ore, sono saltato in macchina e mi sono fatto otto ore di autostrada fino a Caserta. Dove ho vagato per un paio d’ore senza che nessuno mi sapesse dare indicazioni anche vaghe per il Palamaggiò, una specie di base spaziale fuori città tra rocce rosse da film iraniano. E dove mi sono fatto turlupinare da un parcheggiatore abusivo, che mi ha fatto infilare la macchina in un campo al modico prezzo di cinque euro.

Per cui, con la prospettiva di un’intera notte di autostrada sulla via del ritorno, ho fatto il piano: appena finisce il concerto filo via, volo al parcheggio, sgommo verso Caserta finché la strada è libera, e alle otto del mattino sono a Bologna. Piano perfetto.

Solo che il parcheggiatore abusivo –che Bruce lo strafulmini- ha ficcato un altro centinaio di macchine nel campo, in ordine del tutto casuale e aggrovigliato. La mia povera Saxò bianca è imprigionata in una disordinata teoria di lamiere, e la mia fuga dal Palamaggiò è stata completamente inutile.

Mezz’ora dopo sono incolonnato sulla strada per Caserta, già in ampio ritardo sulla mia tabella di marcia che prevedeva di evitare il traffico intorno a Roma superandola nel cuore della notte, superare il tappo di Firenze arrivando un po’ prima dell’alba, e valutare le strade alternative all’intasata tangenziale di Bologna.

A un certo punto, a ottocento chilometri da casa mia, vedo una strada sulla destra. Libera da ingorghi.

Sembra asfaltata. Non pare condurre a una gola scoscesa. Non ha l’aspetto di una trappola da film dell’orrore. Tutti stanno andando verso sinistra, verso Caserta. Nessuno va a destra.

Dove porterà quella strada scarsamente illuminata ma invitante? Casagiove? Capua? Sono qua a Caserta dalle quattro di oggi pomeriggio, e non sono ancora del tutto padrone della geografia locale.

Esito. Guardo la strada vuota. Guardo l’ingorgo. La strada vuota. L’ingorgo.

Mi butto. Sterzo verso destra.

Mezz’ora dopo -sessanta minuti in ritardo sulla mia tabella di marcia- sto vagando sconsolato per un territorio che potrebbe anche essere La Terra di Mezzo, da quanto ne so. Indicazioni per l’autostrada, zero. Illuminazione, scarsa. Cani randagi avvistati, tre.

Eppure il mio senso dell’orientamento è impeccabile e io lo sento che se giro ancora un po’ per questi campi di tenebra prima o poi la vedrò, la striscia d’asfalto che porta a Bologna.

Così sto vagando a caso ai trenta all’ora nelle campagne, gli occhi che dardeggiano a destra e a sinistra. Finché, d’un tratto, non vedo due cose nello stesso momento. Due cose che appaiono alla mia destra illuminate fiocamente dalla luna, una in alto, una in basso.

In alto, vedo il benedetto cartello verde dell’autostrada.

In basso, accucciato dietro un albero, c’è un uomo. Lo scorgo per pochi secondi, passandogli accanto. C’è un uomo, sporco e malvestito. E’ nascosto dietro l’albero, terrorizzato, gli occhi della preda braccata. Dal suo aspetto, potrebbe essere slavo. Quando la mia auto gli passa accanto mi guarda impaurito, pronto a scappare.

Poi me lo lascio alle spalle, l’uomo nascosto dietro l’albero. Seguo il cartello autostrada un po’ perplesso, ripensando a quella scena.

Cinque minuti di strada buia dopo, vedo altre due cose.

Un cartello autostrada che indica di girare a destra, ed eccola laggiù, la vedo, la benedetta autostrada, il casello che mi porterà lungo una linea dritta, uniforme, fino a casa.

E poi un’auto nera, che viaggia nella direzione opposta alla mia, a bassa velocità. E quattro uomini a bordo che si guardano in giro, come se stessero cercando qualcosa. O qualcuno.

Li vedo attraverso il mio finestrino e il loro finestrino, per un attimo, sfiorandoci con le fiancate. Lombroso, questi, li giudicherebbe delinquenti abituali dall’aspetto. Come minimo.

I quattro lombrosiani proseguono nella notte, verso il punto da cui sono arrivato.

Io giro verso destra, verso l’autostrada, pieno di strani e cupi pensieri. E in quel momento mi chiama al cellulare Il Prof.

Lui e Corrado sono appena arrivati al Palalottomatica di Roma, adesso, nel cuore della notte, pronti a prendersi i primi posti per il concerto che ci sarà tra due giorni. Voglio raggiungerli?, mi chiede Il Prof. Tanto, risalendo sull’autostrada, per le quattro di notte dovrei essere a Roma.

E supero il casello meditando sulle due possibilità, accamparmi direttamente al Palalottomatica o tornare a Bologna e recuperare le forze, e a quello che ho visto non ci penso già più, e un’auto nera viaggia nella notte alla ricerca di qualcuno, dietro di me, in un mondo lontanissimo, e…

BIBLIOGRAFIA

· Bernardi B. (1991). Uomo, cultura, società : introduzione agli studi etno-antropologici Milano : F. Angeli,.

· Berger e Thomas (1966), La realtà come costruzione sociale, Bologna, Il mulino.

· Callari Galli M. (a cura di) 2005, Nomadismi contemporanei, Guaraldi, Rimini

· Dal Lago A (1999) -, Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale, Milano, Feltrinelli,.

· Gatti F. (2007) Bilal. Rizzoli

· Genovese A. (2003), Per una pedagogia interculturale. Dalla stereotipia dei pregiudizi all’impegno dell’incontro, Bologna, Bonomia University Press.

· Hoffman E.1990, Lost in traslation: a life in a new language. Paperback ISBN: 0140127739

· Sayad A., (2002), La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Milano, Cortina.

· Scuola di Barbina (1967), Lettera a una professoressa, Libreria editrice Fiorentina, Firenze,.

· Sirna Terranova C.(1997), Pedagogia interculturale, Milano, Guerini,


[1] Ne parla Dal Lago, spiegando come il cittadino tenda ad essere consapevole ed attento ad esempio allo spaccio al dettaglio, ma non si curi delle organizzazioni che lo alimentano, oppure protesti contro le prostitute, ma non si accorga né dei clienti né di chi sfrutta la prostituzione.

[2] Lo studio di Maurizio Corte si colloca nell’ambito di una serie di indagini promossi dal Centro Studi Interculturali (Cis) dell’Università di Verona, il quale ha lo scopo di promuovere e costituire supporti scientifici, culturali e strumenti metodologico-didattici nel campo dell’educazione e dell’istruzione in una prospettiva multiculturale. Nella ricerca sono stati analizzati quasi duemila dispacci diffusi dal luglio ’98 al gennaio ’99.