La mia America
LA MIA AMERICA
Premessa
L’america non è uno luogo reale, non è un paese o una nazione. L’america è uno stato mentale che nasce nell’immaginario collettivo, si modella sull’esperienza personale e si modifica a seconda della creatività dell’individuo. Tutti sono stati in America. E’ un viaggio da cui è impossibile sottrarsi. L’America è sui muri, in televisione, per radio, nei bar, nei negozi, nei racconti dei vecchi e dei giovani, dovunque. Questa è la vera America, quella che ognuno di noi costruisce nella propria fantasia: La Terra Promessa. L’altra America, quella fisicamente esistente, quella degli americani, è un’altra cosa. Spesso, quando si arriva al JFK, si continua a vivere nella nostra America, quella del mito e, anche se la si calpesta, non si riesce a vedere quella fisicamente esistente.
Dopo vari viaggi nel “Nuovo continente”, credo di aver visto, almeno in parte, anche l’America degli americani. Loro sono molto ospitali e giocherelloni, infondono una voglia di vivere e di fare che è irrefrenabile, tuttavia, voglio continuare a vivere nella mia di America. La mia America, la nostra america, è un posto magnifico, prezioso e non permetterò mai a nessuno di portarmelo via, neanche all’inquilino di turno della Casa Bianca.
Il racconto che segue riporta solo fatti che mi sono realmente accaduti nella mia America : The Promised Land
La scoperta e l’innocenza
Credo di aver sentito parlare per la prima volta di America e di americani intorno all’età di tre o quattro anni. Dovevano venire a trovarci alcuni parenti che abitavano lontano. Mi ricordo che arrivarono con una macchina grande, che si rideva e che mi diedero una cosa rotonda che poi ho scoperto si chiamava dollaro. Seguirono poi vari racconti su tedeschi e americani che erano passati per le case dei nonni durante la guerra. Non capivo bene cosa fosse la guerra, ma non mi sembrava una bella cosa. Non ricordo i nonni parlare particolarmente male dei tedeschi o particolarmente bene degli americani, però ben presto sviluppai una certa antipatia per i primi e una certa simpatia per i secondi. Tuttavia, le bambine e i bambini biondi che incontravo al mare, nonostante parlassero “strano”, mi piacevano molto.
E mentre gli anni 70 rotolavano pacificamente negli anni 80 scoppiò la scintilla che accese il mio sogno americano: Happy Days. Ne fui folgorato. Aspettavo le 19.20 con ansia. La musica che trasmettevano in quel telefilm mi faceva impazzire, l’atmosfera che si respirava era elettrizzante. Inoltre, quel Fonzie era davvero cool! (questo l’ho imparato dopo, però). Di solito cenavamo a quell’ora e una volta in particolare, alla fine dell’episodio, sulle note di Rock a round the clock, sono esploso in un ballo sfrenato davanti ai miei genitori che stavano diligentemente gustando una bistecca. La mamma rispose con entusiasmo alla mia performance, papà un po’ meno!
Nello stesso periodo il cinema Gallerani di XII Morelli proiettava “Grease” con un ritardo di circa due o tre anni sull’uscita ufficiale. Se ne era parlato molto, così io e i miei compagni di merende (solo “uomini”, le ragazze erano il nemico e quindi assolutamente bandite dalla compagnia) armati di pop-corn andammo a vedere la proiezione delle 14.00. Uscii dal cinema verso le 18.00. Non riuscivo a staccarmi dallo schermo. Dopo la fine del secondo spettacolo il Signor Gallerani mi buttò fuori dal cinema; a quel tempo la tavola tirava più degli affari. La battaglia era persa, ma la guerra si poteva ancora vincere. Andai a casa e con molto, molto entusiasmo raccontai il film a mia madre. Chiesi, elemosinai, supplicai di tornare al cinema per lo spettacolo serale. Vinsi! Mia madre cedette e mi portò allo spettacolo delle 20,30. Per la cronaca, il Gallerani mi fece entrare senza pagare un ulteriore biglietto e il film piacque molto anche a mia madre.
Ormai il mio viaggio attraverso l’America era cominciato. Io non lo sapevo ancora ma stavo già percorrendo la Route 66 su di una Cadillac rosa.
Proprio di fronte al cinema c’era un bar-pizzeria estivo chiamato “Ranch dei salici” che poi diventò “Ranch delle rose” causa estirpazione degli alberi che davano il nome al locale. Questo bar era frequentato da tutti i giovani di XII Morelli. C’erano quelli più grandi : i quattordicenni, che rimanevano fuori anche fino alle 22.00 e quelli veramente grandi che arrivavano dopo le 22.00 e quindi non li incontravamo mai. Le nostre erano frequentazioni principalmente pomeridiane, post-cinema. Andavamo volentieri al “Ranch dei Salici/Rose” perché era adiacente al “Ristorante Bruna” dove la domenica c’erano sempre dei matrimoni e noi a volte facevamo conoscenza delle conviviali più giovani. Le ragazzine erano ormai ben accette nella compagnia e noi senza saperlo avevamo già oltrepassato il punto di non ritorno.
Al Ranch c’era un Juke-box. I dischi arrivavano con la stessa puntualità dei film del cinema di fronte. Le canzoni si alternavano, erano la colonna sonora delle nostre Domeniche pomeriggio passate fra partite a bigliardino e a ping-pong, ma non gli prestavamo particolare attenzione. Una volta però qualcuno mise su una canzone che mi fece subire un gol a calcio balilla. Quella canzone era bellissima, ne fui subito stregato. Non so, mi sembrava di essere in Happy Days, in quella canzone c’era un senso di libertà, c’era quello che m’immaginavo dell’America, c’era l’America che vedevo per televisione, c’era quell’America che stavo percorrendo senza saperlo. Quella canzone era Hungry Heart. Venni poi a sapere che era di un certo Bruce Springsteen! Il secondo punto di non ritorno della mia vita venne oltrepassato proprio in quel momento.
Melloncino, al secolo Marco Melloni, aveva un fratello più grande che qualche tempo prima era andato a vedere Bruce a Zurigo ed era un fan sfegatato. Lui non era molto contento che noi usassimo i suoi dischi, tuttavia, mentre era a lavorare entravamo furtivamente nella sua stanza e cominciavamo a prendere confidenza con Bruce e con il rock.
Intanto, Storia e Geografia erano le mie materie preferite e, neanche a dirlo, quando fui interrogato sugli Stati Uniti feci un figurone. Ormai per me gli americani erano un mito, erano il popolo che ci aveva salvato dalla tirannia Nazi/fascista, dalla fame e dalla miseria. L’America per me non era una nazione straniera, ma era un pezzo di Italia fuori dall’Italia. O meglio, era un pezzo di tutte le Nazioni al di fuori dei propri confini. Era come un figlio che si sposa e va fuori di casa, ma rimane pur sempre della stessa famiglia. Intanto continuavo ad alimentarmi di America attraverso i vari Per le strade di San Francisco, Starsky e Hutch, Baretta, Kojak, La famiglia Bradford, Saranno Famosi e, ovviamente, Happy Days.
Nel frattempo, stavo diventando un ometto, andavo a scuola, cercavo di avvicinarmi il più possibile a quello che era stato il nemico dell’infanzia, suonavo la chitarra e sognavo l’America.
L’esame di maturità andò sorprendentemente meglio del previsto e io decisi di approfittare dell’euforia familiare per raggiungere il sogno della mia vita. Andai a lavorare in una fabbrica di lavorazione dei pomodori e riuscii a racimolare un po’ di soldi. I miei genitori mi sponsorizzarono un po’ e ad ottobre partii! Il 5 Ottobre per la precisione, giorno del compleanno della mia ragazza, ex a dire il vero, in quanto mi aveva lasciato pochissimi giorni prima della partenza.
Il sogno diventa realtà
Il cuore soffriva, ma l’entusiasmo era alle stelle. Dopo un breve soggiorno a Londra (che mi esaltò) arrivai nella Terra Promessa! L’impatto fu micidiale. Ero nei miei sogni! La cosa che mi colpì maggiormente fu la familiarità del posto. Era tutto nuovo, stravagante, diverso, ma assolutamente familiare. Mi sembrava di essere in un film. Le strada, le macchine, i grattacieli, la gestualità delle persone. Era tutto come in Baretta e Stursky e Hutch! L’unico particolare veramente nuovo era che c’ero anch’io insieme a loro. Mi colpì enormemente anche la disponibilità e l’accoglienza degli americani. Il loro approccio alla vita: non è mai troppo tardi per fare qualcosa. Una signora mi disse che aveva preso il brevetto di paracadutista a 55 anni e ora si divertiva un sacco a buttarsi dagli aerei. Virginia, Jack, Ronald, Charline, sono persone che non conoscevo ancora, ma mi accolsero come un figlio. Ad un certo mi trovavo in difficoltà a dire che mi piaceva qualcosa perché temevo che me la comprassero! Tornai a casa elettrizzato. Non parlavo d’altro che di America. Ormai c’ero andato, l’avevo vista, vissuta. L’obiettivo era raggiunto, ormai c’era solo un’altra cosa da fare: tornarci!
La seconda volta fu un anno e mezzo dopo. Partii con il mio amico Lauro, entrambi armati di valigia e chitarra. Arrivammo al JFK con oltre 24 ore di ritardo sulla tabella di marcia. La JAT (compagnia aerea Jugoslava) aveva avuto un po’ di problemi. Avevano imbarcato anche un passeggero di troppo che avevano fatto furtivamente accomodare nella toilette per tutto il tragitto; giuro che è vero! Arrivammo in piena notte, così decidemmo di stenderci sul pavimento dell’aeroporto e dormire un po’. Avevamo le gambe infilate nelle maniglie degli zaini e braccia infilate nella custodia delle chitarre per evitare eventuali furti. Li avemmo il più bel risveglio della nostra vita. Il “dustman” ci diede una leggera pedata e disse: “Hey Mick Jagger, hey Bruce Springsteen, get up!” Saremo sempre in debito con quell’uomo. Il sogno continuava.
La terza volta che andai in America fu qualche anno dopo. Eravamo in cinque. Tre miei amici, io e la mia ragazza (lo so, non dovrebbero essere permesse certe cose… vabbé). Conquistammo il Far-West a bordo di un camper, cavalcammo addirittura con gli indiani nella Death valley. Esperienza meravigliosa. L’America rimaneva un mito, però c’era qualcosa di strano nell’aria. Avevo voluto quel viaggio. L’avevamo progettato, sognato e infine realizzato, ma l’America mi sembrava diversa. O forse ero io ad essere diverso?
Il sogno Continua
Volevo capire, i conti non tornavano più. Decisi di trasferirmi per un po’ negli USA. Attraverso le rocambolesche gesta di una grande amica riuscii a farmi accettare in un Summer Camp come insegnante di musica. Arrivai al JFK e Dopo aver alloggiato qualche giorno presso la prestigiosa Columbia University, una rude signora newyorchese mi condusse al “Ma kee ya camp” nel quale avrei passato un’estate molto particolare. Il viaggio è durato poco meno di un’ora ma mi è bastato per capire che la rude signora era la direttrice del Summer camp, che non ripeteva le cose due volte e che aveva una naturale e spiccata propensione al comando. Vorrei dire che i ragazzini ospiti della colonia estiva erano carini e simpatici, ma in realtà devo dire che molti di loro erano arroganti e maleducati. Non me ne perdonavano una, ad ogni errore di pronuncia ero severamente ripreso da qualche “esperto” che difficilmente riusciva ad allacciarsi le scarpe da solo (questa cosa però mi divertiva).
La colonia estiva era sulle Bear Mountains al confine con lo stato del New Jersey e a pochi chilometri dalla Grande Mela. Lavoravo al campo dal Lunedì al Venerdì pomeriggio, poi ero libero di andare dove volevo. E io volevo andare a New York City. Amerò sempre quella città.
Di solito partivo con un mio collega Neo Zelandese di nome Paul. Lui era, ed è, un musicista con velleità di manager. A lui piaceva la mia voce e le mie canzoni e si era intestardito di farmi suonare nel Village. Tutti i Venerdì partivamo armati di chitarra, sogni e tanta volontà. Ci fermavamo a dormire negli ostelli più improbabili. Di solito in un tugurio sull’88° strada. Si pagavano 12 dollari a notte. La guida lo sconsigliava perché pieno di scarafaggi. Aveva ragione. Tuttavia era l’unico che potevamo permetterci e poi per le tre o quattro ore per notte (mattina) che lo utilizzavamo, andava benissimo.
Arrivavamo il Venerdi’ nel tardo pomeriggio. L’atmosfera era elettrizzante. Tutte le volte era come fosse la prima volta. L’autobus per arrivare a NY passava per il New Jersey, davanti alla Continental Arena che io ogni volta osservavo con religiosa ammirazione e allo Yankee stadium, altro sussulto. Infine si arrivava nella Big Apple attraverso il Washington Tunnel, per riapparire a Port Authority, la stazione degli Autobus di NY. Appoggiavamo la nostra roba nel tugurio e poi via, giù al Village a cercare i contatti per suonare e a rincorrere i nostri sogni.
Una sera il mitico Paul riesce parlare con il proprietario del mitico Rock’n'roll cafè di Bleeker Street. Guarda caso il signore è di origine italiana, si chiama Mario ed è molto fiero del suo naso latino, il ché la diceva lunga sul personaggio. Devo ammettere che Paul ci credeva davvero. Gli ha parlato per un bel po’, gli ha parlato del mio talento eccezionale (del quale tutt’ora non mi sono accorto, speriamo abbia ragione lui!), della mia capacità a tenere il palco, ecc. ecc. Insomma, avevo un ingaggio per il pomeriggio successivo. Dovevo esibirmi prima di un cantautore locale per lo spettacolo pomeridiano. Paul sapeva il fatto suo. Il pomeriggio successivo ci presentammo in loco armati di chitarra, entusiasmo e tanta paura. C’è poco da dire, me la facevo sotto. Al Rock’n'roll cafè hanno suonato molti dei rocker del Asbury Park sound: J. Cafferty, Bobby Bandiera, Southside Johnny, e si dice, anche Bruce ci abbia fatto un’apparizione nell’ ‘85 o giù di lì. Bhe, comincio a suonare fra gli scroscianti applausi di Paul. Suono tre canzoni come concordato con Conner Tribble, il cantautore locale. Fu un successone, le otto persone presenti sembravano entusiaste, mi davano della pacche sulle spalle e dicevano “Great Man”. Paul intanto tesseva nuovi contatti con la barista del locale e soddisfatto della fama internazionale che mi aveva dato si godeva una birra appoggiato al banco del bar. Fu un esperienza memorabile, non la scorderò mai. Thank you, Paul! Purtroppo non ci fu un seguito perché il nostro contratto al Ma-Kee-Ya camp stava scadendo ed era tempo di lasciare New York per riscoprire l’America. Paul volò in California, io invece andai in un agenzia dove mi diedero una macchina da consegnare ad un tipo di Chicago. E’ un ottimo sistema, si chiama Drive Away. Si basa su uno scambio di favori: loro ti danno una macchina, tu la porti a destinazione e chi si è visto si è visto. La sera andai a vedere un concerto di Niels Lofgreen al Cheers di Long Branch e la mattina seguente partii con destinazione Cleveland/Chicago.
L’incontro con la realtà
Quest’ultimo viaggio fu molto eccitante ma anche molto disillusorio. Per le strade di Chicago, come in quelle di New York e di altre città americane del resto, vidi cose che mi colpirono molto. Tanti homeless per esempio. Il fatto sconcertante è che la maggior parte di loro erano disabili, sia fisici che psichici. Non avevano nessun posto dove andare, nessuno che si prendesse cura di loro, e così se ne stavano lì sulla strada ad aspettare il proprio destino. Lo spettacolo era davvero degradante e ho cominciato a farmi delle domande sulla società che mi stava ospitando. Inoltre, avendo vissuto per quattro mesi a stretto contatto con gli americani, mi sono reso conto che oltre il sogno, oltre la loro indiscutibile accoglienza, si cela anche una forte ipocrisia, il culto estremo del denaro (stiamo arrivando anche noi, lo so!) ed eccessivo individualismo. Stavo capendo il motivo del mio disagio. Mi resi presto conto che l’America era degli americani, aveva dei confini ben definiti e i paesi di origine della famiglia sono sì graditi nei ricordi e in racconti romantici, a volte commoventi ma sono anche nettamente separati dal presente e dagli Stati Uniti. Tuttavia, sono convinto che lo scambio di esperienze fra i nostri due continenti potrebbe davvero migliorare il mondo. Peccato che noi siamo decisissimi ad importare solo le cose peggiori.
Questo discorso andrebbe approfondito ulteriormente, un discorso a parte andrebbe fatto sulle scelte politiche e militari americane, ma per ora non voglio davvero avventurarmici.
God Bless America, ma anche il resto del mondo, possibilmente.


